Investigazioni: cosa non fare

Raccolta di notizie inerenti accadimenti di cronaca coinvolgenti le investigazioni private: comportamenti assolutamente da evitare. Utile ed interessante per capire cosa un'agenzia investigativa seria assolutamente non deve fare.
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26-05-2011 - VENDEVA ONLINE I DATI DEGLI AUTOMOBILISTI
MILANO - Fabio Petta, 40 anni, aveva capito che tra infedeltà coniugali, curiosi, investigatori privati e «colleghi» criminali, c’era da fare soldi. E così è stato fino all’arresto a Olbia da parte degli esperti del Cnapic (Centro nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) avvenuto venerdì scorso. Petta aveva messo su un vero e proprio suk delle targhe online con un giro di affari da pmi: il software Urban-pra che veniva spammato liberamente in rete - tanto da essergli costata già prima dell’arresto anche una denuncia da parte del Garante della Privacy — permetteva di accedere al Pra, la banca dati dell’Aci. Con 49 euro si potevano avere le informazioni dei proprietari di un’automobile partendo dai numeri della targa: nome, cognome, indirizzo, residenza, codice fiscale e informazioni sul telaio e sui passaggi di proprietà del mezzo. Il software di cui c'è traccia su torrentz e su alcuni siti veniva pubblicizzato come uno strumento per smascherare eventuali truffe nell'acquisto di un automobile. Un non senso visto che il Pra è una banca dati pubblica dove chiunque, previo pagamento di 19,2 euro, può chiedere la visura. Il business era nel promettere per 49 euro un accesso illimitato, più utile per chi gioca a fare l'investigatore privato che per i cittadini normali. A modo suo era un imprenditore online, ma dalla parte della criminalità. Non certo un geek.
LA PRIMA VOLTA - Per incassare Petta usava un meccanismo ormai oliato dai truffatori della rete e cioè la ricarica di varie carte Poste Pay, collegate a generalità false, che poi usava per fare shopping. L’accusa del magistrato Giuseppe Corasaniti, uno dei primi pm ad essersi occupato in Italia di frodi online e che ha lavorato a stretto contatto con il direttore della Polizia Postale, Antonio Apruzzese, è di accesso abusivo a sistema informatico e frode informatica ai danni del sistema pubblico: infatti i conti degli accessi al Pra erano pagati a loro insaputa, mese dopo mese, dai vigili urbani di Aversa a cui Petta aveva rubato le credenziali di ingresso alla banca dati. Il caso segna una svolta nella lotta alla criminalità digitale perché il Giudice per le udienze preliminari ha già convalidato l’arresto di Petta che ora rischia 5 anni di prigione.
IDENTITA' DIGITALI - Il sospetto degli investigatori è che le visure venissero usate anche per il ricco mercato in nero delle identità digitali. È il primo spammer in Italia contro il quale si è giunti a formalizzare un’incriminazione così pesante. Spesso infatti le indagini sui truffatori online che scappano con i pagamenti incauti di prodotti che non arriveranno mai - si ricorderà il caso dei Kindle fantasma, smascherato dal Corriere.it - finiscono con delle denunce a piede libero. Ma in questo caso, se le accuse partite da una denuncia dell'Aci verranno confermate al processo, per Petta la prigione non sarà solo virtuale ma in cemento e ferro. Era infatti un recidivo già noto alle forze dell’ordine della Rete che lo avevano denunciato in passato per crimini informatici.
Fonte: Corriere.it
21-11-2010 - PRIVACY VIOLATA: NEI GUAI POLIZIOTTO E CARABINIERE
Anche un poliziotto della questura di Parma e un carabiniere in forza al nostro comando provinciale sono finiti nel mirino della polizia postale di Roma.
Lo sfondo è un'indagine delicata, condotta su scala nazionale proprio dai segugi  della Rete, incaricati di vigilare sulla sicurezza informatica, specializzati nello stanare ogni genere di utilizzo distorto o illegale delle tecnologie.
A metà settimana un drappello di investigatori era arrivato a Parma dalla capitale, per una serie di accertamenti e verifiche.
Hanno fatto tappa negli uffici di borgo della Posta e in quelli di strada delle Fonderie. Il motivo? Si sospetta che il poliziotto e il militare dell'Arma abbiano all'occorrenza dato una mano agli «sherlock holmes» di un'agenzia investigativa privata, anche quella di casa nostra. Come? Passando informazioni (dietro compensi in denaro) acquisite da terminali e banche dati in uso alle forze dell'ordine.
Non siamo certo nel campo dei segreti di Stato, si tratterebbe di un genere di informazioni molto più «spicciole» come possono essere l'indirizzo di una seconda casa, un numero di cellulare di persone che per varie ragioni erano  «attenzionate» dagli investigatori privati.
Informazioni comunque riservate e non accessibili a un cittadino qualsiasi: quei «dati sensibili» a protezione dei quali esiste una griglia di leggi e norme sulla privacy rigorose.
Sulla vicenda, per ora, nessun commento ufficiale dai vertici locali di polizia e carabinieri. Gli agenti della postale romana sarebbero comunque stati nelle abitazioni del poliziotto e del carabiniere: da entrambi si sarebbero fatti consegnare varia documentazione, dalla casa del militare avrebbero anche portato via un pc.
Il carabiniere risulta «momentaneamente spostato ad altro incarico», ovvero non più fisicamente in servizio in strada delle Fonderie, ma trasferito in una sede vicina. L'agente della questura in questi giorni risulterebbe in ferie, e per lui non è stato preso alcun tipo di provvedimento.
Le violazioni in cui sarebbero incappati potrebbero essere più di una - dall'indebito accesso a dati protetti alla violazione del codice della privacy - aggravate dal fatto che a commetterle sarebbero stati due agenti di polizia giudiziaria.
Ma anche per gli investigatori privati che avrebbero chiesto gli «aiutini» non è un azzardo pensare si possa profilare qualche grana all'orizzone, ad esempio una denuncia per corruzione di pubblico ufficiale.
Fonte: Gazzettadiparma.it
09-06-2010 - TELECAMERE SEGNALATE: MULTA DA 6000 EURO
A quanto pare le telecamere piazzate all’interno e all’esterno del locale pubblico riprendevano ciò che accadeva all’insaputa dei clienti. Un comportamento che è vietato.
Può costare fino a seimila euro una violazione della normativa sulla privacy relativa all’inosservanza delle disposizioni in materia di videosorveglianza. È quanto la polizia postale ha contestato nei giorni scorsi al titolare di un bar del centro di Diano Marina.
Stando al verbale, il proprietario - che ovviamente aveva la sola intenzione di garantire sicurezza al suo locale e prevenire azioni di malviventi - non ha esposto, come prevedono le norme, i regolari cartelli (con l’altrettanto regolamentare simbolo ben in vista) di avviso alla clientela sull’effettuazione di riprese per la videosorveglianza.
A quanto pare le telecamere piazzate all’interno e all’esterno del locale pubblico riprendevano ciò che accadeva all’insaputa dei clienti. Un comportamento che è vietato. Chi viene ripreso da sistemi audiovisivi deve sapere che la sua immagine in quel momento entra in un archivio soggetto alle norme del trattamento dei dati personali.
Applicando quanto prevedono le sanzioni previste dal garante il totale dell’infrazione è lievitato, raggiungendo appunto la cifra esorbitante di seimila euro. Con grande stupore il proprietario ha accolto la contestazione, non senza obiettare per via dell’importo.
«Le disposizioni sono chiare e i provvedimenti per chi le viola sono severi - ha spiegato l’ispettore capo della polizia postale Ivan Bracco - Tra l’altro è una materia non nuova, che tutela la riservatezza di dati e immagini personali che la stessa Comunità Europea riconosce con una specifica direttiva (la 95/46 n.d.r.) ben precisa e risalente a quindici anni fa. Difficile non conoscerla».
Il blitz della Polposte presso il locale pubblico di Diano Marina è scattato a quanto pare su una segnalazione inoltrata agli uffici della polizia d Imperia. Ma non è escluso che altri controlli finiscano per riguardare altri esercizi commerciali
Gli agenti intervenuti l’altra mattina, così come un cliente avrebbe sollecitato, non hanno trovato regolarmente esposti e ben visibili i cartelli che avvisano delle riprese attraverso un sistema di videosorveglianza. Da qui la contestazione e la sanzione piuttosto salata.
Ora il proprietario potrà, rivolgendosi direttamente al Garante, far valere le proprie ragioni e chiedere di esaminare il provvedimento adottato dalla Polposte. sarà il garante stesso a pronunciarsi se l’importo contestato è commisurato all’infrazione commessa. «Non si tratta di una procedura penale: nessun certificato di pendenze viene compromesso da un’infrazione alla normativa della privacy. Le sanzioni previste però sono di importi piuttosto elevati» spiegano i legali esperti in materia. Quasi certamente il caso è destinato a sollevare non poche eccezioni. se da una parte infatti la necessità di proteggersi in molti casi è necessaria, dall’altra ogni privato cittadino ha il diritto di proteggere la propria vita privata.
Sistemi di videosorveglianza oggi ormai sono adottati ovunque presso gli esercizi commerciali, boutique, negozi di frutta e verdura, botteghe artigiane e rivendite di tabacchi e valori bollati.
Fonte: il Secolo XIX
29-06-2010 - raccogliere informazioni private illecitamente
Se si scarica spesso la batteria dell'auto è il momento di preoccuparsi. Non perché la vettura ha problemi all'impianto elettrico, ma perché il partner vi sta intercettando. Ascolta qualsiasi conversazione e può sapere anche dove vi trovate in ogni momento della giornata. È questo uno tra i metodi più usati per scoprire il tradimento del partner. Ma è sempre più rischioso. Chiedere di intercettare le conversazioni del marito o della moglie, mettere microspie in auto o in casa per svelare tradimenti può costare caro. Fino a rischiare di finire sotto processo. Pagare un investigatore privato per sapere se il partner ha incontri extraconiugali attraverso l'uso di apparecchi tecnologici o intrusioni informatiche è infatti reato.
La procura ha chiesto il rinvio a giudizio di 29 imputati, tra 007 e clienti, tra agenti della polizia e dipendenti dell'Agenzia delle Entrate. Tutti uniti dallo stesso scopo: raccogliere informazioni private illecitamente. Secondo la magistratura, avrebbero creato un vero e proprio gruppo dedito a svolgere investigazioni illegali con gravi interferenze nella vita privata di una cinquantina di persone. Tanto da arrivare a «modificare» i telefoni cellulari inserendoci microspie o installando cimici nella macchina collegate alla batteria. Proprio da quest'ultimo caso è partita l'indagine condotta dal pm Pietro Saviotti. Un uomo era costretto a cambiare continuamente la batteria della sua vettura poiché si scaricava molto spesso. Un giorno, dopo un esame accurato del mezzo da parte dell'elettrauto ecco venir fuori la verità: alla batteria era stata collegata una cimice. Fatta mettere dalla compagna. Durante gli accertamenti degli inquirenti, è anche emersa la storia di una donna che era stata presa di mira dagli 007. Gli imputati dovevano raccogliere informazioni sulla sua vita sessuale e il suo stato patrimoniale per poterla poi ricattare. Oppure la storia di una moglie che utilizzava un'auto dove il marito aveva fatto installare una microspia per tenerla sotto controllo. Le indagini hanno fatto finire nel mirino della procura soggetti legati a diverse agenzie di investigazioni. «La nostra categoria trova molti ostacoli, soprattutto a causa di una normativa obsoleta: è ad esempio difficile reperire elementi di prova nel processo penale», spiega il presidente della Confederazione nazionale degli investigatori privati Leonardo Lagravinese.
Augusto Parboni.  Fonte: iltempo.it
29/06/2010
06-06-2010 - inTERCETTAZIONI ABUSIVE a BOLZANO
Bolzano, spiavano gli sms del marito
Condannati una donna e un investigatore
Il giudice ha considerato illecito l'utilizzo di «Polifemo», un programma che è in grado di trasmettere gli sms inviati e ricevuti da un’altra utenza telefonica, con il quale la donna e lo 007 privato controllavano il marito di lei
BOLZANO. Spiare gli sms del proprio marito può costare caro. Lo sanno bene una donna e un investigatore privato condannati per aver utilizzato e venduto «Polifemo» un programma che è in grado di trasmettere gli sms inviati e ricevuti da un’a ltra utenza telefonica. Insomma una sorta di «occhio» su un altro cellulare per poter controllare. E magari scoprire un tradimento. Per entrambi il pubblico ministero aveva chiesto un decreto penale di condanna ma solo l’investigatore ha accettato.
Così Tiziano Loss, titolare di un’agenzia investigativa, dovrà pagare 6.700 euro mentre la sua cliente di Egna (Bolzano) - che si era opposta al decreto penale - ha patteggiato la pena e dovrà pagare circa 2 mila euro. Il reato di cui sono stati accusati è quello di installazione di apparecchiature atte ad intercettare o impedire conversazioni telefoniche.
Secondo l’accusa l’investigatore aveva installato su un telefonino consegnato da una cliente il software Polifemo. Si tratta di un programma informatico del costo di poco più di 200 euro in grado di inviare ad un altro apparecchio cellulare il testo di tutti gli sms ricevuti o partiti da un determinato telefonino. Insomma un sistema che fornisce la reale possibilità di poter controllare i messaggi dell’altro, magari del marito (o, perché no, della moglie) sul quale si nutrono dei dubbi.
Il programma viene prodotto da un’azienda di software di Vicenza, la Cybertronik. Gira sul sistema operativo Symbian, quello più diffuso per i telefonini Umts. L’inchiesta aveva preso il via l’a nno scorso dal caso del noto immobiliarista romano Danilo Coppola. Dopo il suo arresto, la Finanza, aveva trovato che l’uomo d’affari aveva installato il software Polifemo sul telefonino di alcune amiche. Le Fiamme Gialle sono giunte nella sede della produttrice Cybertronik, a Vicenza, e hanno sequestrato il database con 460 clienti. Nella lista c’era anche il nome di Loss e degli altri clienti della nostra regione. L’investigatore aveva ottenuto una copia in prova e poi ne aveva comprata un’altra per rivenderla ad una cliente. Gli altri trentini, invece, avevano acquistato il programma su internet. La Finanza ha verificato i tabulati dei telefonini intercettati e ha visto che dagli apparecchi, chiamati slave, partivano dei messaggi verso un cellulare master il cui numero era intestato alla persona che aveva acquistato il programma elettronico. E quindi sono state individuate di volta in volta le procure competenti.
(06 giugno 2010)
Fonte: ALTO ADIGE LOCAL
04-05-2010 - investigazioni ABUSIVE a PADOVA
Spiavano mogli, mariti e industriali
«Così vendevo i dati ai detective»
La confessione di Merlani: «Ho sbagliato, mi vergogno»
Paolo Merlani è imputato nel procedimento per spionaggio.
PADOVA — Di qua gli investigatori privati a caccia di informazioni riservate su mogli, mariti, fornitori, clienti e avversari in genere. Di là lui, l’ispettore di polizia Paolo Merlani, 50 anni, che avendo a disposizione varie banche dati segrete, come quelle dello Sdi (sistema informatico a disposizione delle forze di polizia) e dell’Anagrafe tributaria, forniva soffiate dietro ricompensa: «Sì, è tutto vero, ho percepito del denaro, mi vergogno di quello che ho fatto, non so se avrò ancora il coraggio di indossare la divisa che ho portato in questi 25 anni di servizio, ribadisco voglio spiegare tutti i fatti ».
Alla vigilia del secondo appuntamento con l’udienza preliminare del procedimento sullo «spionaggio», rinviata ieri al 30 giugno per l’impedimento di un imputato, spunta l’interrogatorio fiume dell’ispettore che ha confessato tutti gli addebiti, raccontando come funzionava il sottobosco investigativo e spesso illecito nel quale operavano alcuni detective, in contatto con poliziotti e con dipendenti infedeli delle compagnie telefoniche. Otto davanti al giudice, fra investigatori, collaboratori, poliziotti e un uomo della Vodafone. Reati: corruzione, atti contrari ai doveri d’ufficio e accesso abusivo ai sistemi informatici. In particolare, venivano forniti una pletora di dati sensibili, dai tabulati telefonici ai numeri di cellulare, dagli intestatari di targhe automobilistiche alle segnalazioni di polizia, dalla frequentazioni politiche risultanti dallo Sdi ai rapporti di fornitura di concorrenti aziendali.
Per Merlani tutto iniziò con la scomparsa di un giovane direttore di un supermercato Pam padovano: «Era il 2003-2004, lui aveva 24-25 anni e dopo tre settimane di indagini mi affiancarono un investigatore privato, Maurizio Salvagnin. L’indagine ebbe un buon esito, trovammo il ragazzo che era andato in depressione, e il Salvagnin mi disse: "Se ho bisogno posso disturbarla?". E io: solo se è a fin di bene. Lui poi mi ha voluto incontrare in un bar , mi ha messo 100 euro in tasca, io non ho accettato, poi ho accettato... Dopo 2-3 mesi mi ha chiamato: "C’è un genitore... il figlio ha fatto 4 anni a San Patrignano e adesso lo vede strano, è possibile vedere se magari la Volante l’ha fermato con tossicodipendenti?". Ho fatto accertamenti... Da lì quasi per riconoscenza ho accettato 2-300 euro, mi chiamava, a volte andavo. Fino al giorno in cui mi ha detto: "C’è una ditta che non può vendere pneumatici"». Un salto di qualità. Perché qui l’ispettore ha un po’ esagerato, come sottolinea il procuratore aggiunto di Padova Matteo Stuccilli nel corso dell’interrogatorio. Per arrivare al nome del fornitore e indagare il mercato della ditta in questione, Merlani si è addirittura inventato una denuncia di furto, in modo da poter penetrare l’azienda. Domanda del pm: «Quindi la denuncia è un falso?». Risposta: «Sì». «Ha fatto gli orginali falsi e li ha messi a fascicolo?». «Sì sì». «Quindi ha fatto un fascicolo falso, diciamo? Non c’era alcuna denuncia di Magri Riccardo presentata alla Questura di Padova?». «Esatto». «Ispettore Merlani, mi pare che si sia spinto un po’ troppo in là però, o no?», puntualizza il pm.
Altra impennata: i tabulati telefonici, cioè la lista dei numeri di tutte le utenze in entrata e in uscita da un certo cellulare. Per un investigatore privato un Eldorado. E un po’ anche per lui: «Salvagnin mi chiese di fare un accertamento su questa persona, Renato Nordio (poi deceduto, ndr), sessantenne veneziano, che era in grado di fornire tabulati. Lo contattai e mi disse: "Quando avrai la cosa, i soldi me li mandi su Postpay"». Nordio non era un mago. Pagava una talpa interna al pubblico servizio telefonico che gli dava i documenti. E l’ispettore cosa fa? Lo denuncia? No, l’occasione è ghiotta e così decide di partecipare anche il giro dei tabulati. «Nel mio computer ci sono tutti quelli che ho fatto... Ho lasciato che Salvagnin si autogestisse... Caon (allora assistente capo della Polizia a Padova, ndr) andava a prenderseli e poi mi portava i soldi e io facevo il versamento... L’ultimo che abbiamo fatto, che era un Omnitel, ci ha fatto aspettare venti giorni, un mese, non ricordo. Tanto che pensavamo che non lo facesse più. Poi ci ha chiamato un giorno che eravamo in ufficio, una mattina, e allora praticamente siamo andati assieme allo Sheraton...». Quanto veniva pagato Nordio? «Salvagnin ci pensava direttamente, mi sembra che versasse 750 euro di un mese di traffico, in entrata e in uscita... La prima volta io e Caon abbiamo preso 100 euro a testa, e poi sempre sui 100-150. Invece il Caon li prendeva e poi, quando me li portava, facevo il versamento a Nordio». Ma, contesta il pm, queste operazioni risultano fatte da Paolo Volpin! «No, non esiste, quei dati sono miei». E come ha fatto? «Con una carta d’identità che non esiste». Alle Poste? «Sì». Non la controllavano? «No». Ha lavorato alle Poste? «Sì, le dico, non controllavano». E dove andava? «Di fronte al Tribunale e sulla Riviera». Insomma, l’ispettore era molto attivo. Ma quanto teneva per sè? «Alla fine 3-4mila euro... sa la macchina... il mutuo». Il pm: mi sembrano un po’ pochi per un’attività del genere. «Lo so, perché sono stato... vorrei dire un coglione».
Fonte: il Corriere del Veneto
19-04-2010 - investigazioni illegali a forli'
FORLI' - Danneggiamento aggravato ed esercizio abusivo della professione. Con queste accuse gli agenti della Squadra Mobile di Forlì hanno denunciato un investigatore privato di 42 anni, al quale era stata in passato negata l'autorizzazione perché colpevole di gravi negligenze. L'uomo era stato assoldato da una donna per spiare l'ormai ex marito, un operaio forlivese di 44 anni, ma è stato "beccato" mentre stava installando un dispositivo gps nell'auto dell'uomo.
La vicenda risale ad alcuni mesi fa. La moglie del quarantaquattrenne aveva assoldato l'investigatore privato per controllare i movimenti del compagno dal quale si era da poco separato. Per farlo il detective aveva deciso di piazzare sotto l'auto dell'operaio un gps, ma è stato sorpreso proprio dallo spiato. L'investigatore era riuscito a dileguarsi, ma il 44enne aveva preso nota di parte della targa dell'auto del fuggitivo.
L'uomo si è presentato agli uffici della Squadra Mobile per sporgere denuncia, spiegando che lo sconosciuto gli aveva graffiato la vettura. La Polizia ha sequestrato il gps, scoprendo all'interno del dispositivo elettrico una scheda telefonica. Nell'immediatezza questo elemento non è stato considerato utile alle indagini perché intestata ad un "nome di comodo", un bolognese senza fissa dimora.
Le indagini sull'auto e su parte dei numeri di targa hanno invece portato ad un'anziana signora di Savignano, familiare di un 42enne già noto per esser stato alcuni anni fa un investigatore privato. L'uomo continuava ad esercitare la professione nonostante gli fosse stata stracciata l'autorizzazione per esser stato trovato in possesso di una pistola in un ufficio pubblico che aveva occultato in una borsa.
La Polizia ha approfondito le indagini appurando che l'operaio da spiare era stato in passato protagonista di diverbi con l'ex moglie che avevano richiesto dell'intervento delle forze dell'ordine. Gli inquirenti hanno così scoperto che era stata la moglie dell'operaio ad ingaggiare il detective. A provarlo anche continui rapporti telefonici tra i due. Messa alle strette la donna ha confessato. L'unico a rimetterci è stato però solo l'investigatore, denunciato per danneggiamento aggravato ed esercizio abusivo della professione.
Fonte: Romagnaoggi
12-03-2010 - investigazioni illegali a padova
Fonte: IL GAZZETTINO.IT
Persone comuni, professionisti e imprenditori, tutti controllati per conto di ispettori privati da insospettabili agenti prezzolati
PADOVA (12 marzo) - Le parti lese sono 236. Alcuni sono semplici cittadini, altri sono noti professionisti o imprenditori. Sono le persone per le quali insospettabili ispettori di polizia "spiavano" nei terminali dello Sdi, il sistema informatico centralizzato delle forze dell’ordine in quelli di Telecom, nelle Anagrafi, all’Inps, per conto di investigatori privati amici che sborsavano compensi mensili.
Gli imputati sono rimasti in otto. Perchè le posizioni di altre diciotto persone sono state trasmesse alla Procura di Roma dal procuratore aggiunto, Matteo Stuccilli, per competenza territoriale.
Davanti al giudice Mariella Fino si è aperta ieri mattina l’udienza preliminare dell’inchiesta sugli illeciti accessi alle banche dati. Le accuse sono, a diverso titolo, di corruzione, falso, rivelazione di segreti d’ufficio e introduzione abusiva nel sistema informatico. Tra gli otto imputati vi sono Paolo Merlani, ex ispettore capo dell’Anticrimine di Padova, l’ex collega Domenico Caon, il noto investigatore privato Maurizio Salvagnin, con studio in città in via Oberdan, il suo ex collaboratore, Michele Sanvido, Armando Dalla Pozza, titolare dell’agenzia di investigazioni Pegaso. Il 4 settembre del 1975 quando Padova fu teatro di un sanguinoso conflitto a fuoco tra polizia e brigatisti rossi in cui morì un agente, Dalla Pozza allora in polizia a Padova, riuscì a catturare due brigatisti. Qualche tempo dopo, per quell’episodio drammatico, si vide appuntare sul petto una medaglia d’argento al valor militare. Lasciò la Polizia nel 1992 da pensionato, con la qualifica di ispettore capo. Ebbene, tutti questi imputati sono stati arrestati nel marzo 2006. La prima ordinanza di custodia cautelare in carcere era stata firmata dalla magistratura milanese, dove era nata l’inchiesta. La seconda ordinanza di custodia cautelare l’aveva firmata il giudice Nicoletta De Nardus su istanza del procuratore aggiunto Matteo Stuccilli. Le indagini sono state condotte dalla Digos.
L’udienza è stata rinviata al 30 aprile. Il rappresentante dell’accusa ha chiesto l’incidente probatorio per sentire Paolo Merlani e Maurizio Salvagnin. Presumibilmente seguiranno le richieste di riti abbreviati e patteggiamenti. Merlani e Salvagnin hanno collaborato con gli inquirenti. «Ho sbagliato, mi vergogno», aveva detto l’ex ispettore Merlani al giudice delle indagini preliminari, Cristina Cavaggion, che il 10 marzo lo aveva interrogato per rogatoria dopo l’arresto dei giudici milanesi. Merlani e Salvagnin hanno continuato la loro collaborazione anche nell’interrogatorio che il successivo 30 aprile avevano reso al pubblico ministero Matteo Stuccilli.
04-03-2010 - investigazioni illegali
Nelle carte del Ros il titolare del Salaria Sport Village avrebbe chiesto a una società di sicurezza di verificare negli archivi di Finanze, Interno e Giustizia se esistevano indagini sul gruppo di amici.
Inchiesta sui grandi eventi: la «cricca» avrebbe tentato di ottenere dati contenuti nelle banche dati di ministeri di Finanze, Giustizia e Interno. Secondo il Ros, attraverso alcune intercettazioni del 2009, il titolare del circolo sportivo Salaria Sport Village avrebbe avuto contatti con una società «abilitata all’esercizio di attività investigativa e di vigilanza», per cercare di venire a conoscenza di possibili indagini penali in corso nei confronti degli indagati.
Sicurezza violata Nell'informativa degli investigatori del 21 febbraio 2009, emerge che tra i soci dell'azienda di sicurezza, c'erano anche una ex fonte Sisde, nonché un ex sindacalista Alitalia, «di fatto investigatore privato sulla piazza di Roma», e un ispettore della Guardia di Finanza di Novara, «direttore e gestore di canali per acquisire informazioni dall'anagrafe tributaria e dallo Sdi». Si tratta di soggetti, scrivono gli investigatori nel rapporto consegnato ai magistrati, che sono finiti in passato nel mirino della procura di Milano che indagava sulla «Security Telecom». In questo caso erano stati accusati, a seconda delle posizioni processuali, di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali e all'utilizzazione a fini patrimoniali di segreti d'ufficio, consultabili solo da pubblici ufficiali, nonché informazioni riservate acquisite dai servizi di informazione dello Stato italiano e da Stati stranieri, sul loro conto.
Nuovi arresti Intanto non si ferma l'attività delle procure italiane che stanno indagando sui presunti appalti «pilotati». Sarebbe infatti in arrivo una nuova ondata di arresti nei confronti di personaggi coinvolti, a vario titolo, nel presunto giro di appalti irregolari per i lavori per il G8 alla Maddalena, per i Mondiali di Nuoto Roma 2009 e per alcune ristrutturazioni da compiere a Firenze. Gli inquirenti, inoltre, stanno continuando a passare sotto la lente d'ingrandimento i rapporti tra Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, tutti rinchiusi in carcere, da dove continuano a respingere le contestazioni che li hanno fatti finire dietro le sbarre. Non solo. Nelle nuove informative dei carabinieri del Ros emergono, secondo i pm, le conferme dell'esistenza di un giro di favori legati poi ad assunzioni di amici e parenti della «cricca». Tra queste, di Filippo Balducci, figlio dell'ex presidente del Consiglio nazionale dei lavori pubblici, come dipendente part-time all'Unicef, con un contratto firmato nell'ottobre 2009, pochi giorni dopo un incontro tra Balducci padre e Vincenzo Spadafora, presidente dell'Unicef Italia.
Pressioni politiche Sempre dai documenti degli investigatori, lo scorso gennaio l'imprenditore Francesco Maria De Vito Piscicelli e l'ex commissario del Nuoto Claudio Rinaldi, hanno avuto numerosi contatti con la segreteria del sindaco di Roma Gianni Alemanno per «far in modo che venga pagata una fattura per lavori di avanzamento» presso la piscina di Valco San Paolo.
Procuratore di Roma Intanto, il procuratore capo della Capitale, Giovanni Ferrara, in merito al suo colloquio con l'ex collega Achille Toro, ha voluto sottolineare che «mi chiamò dalla clinica dove si trovava per accertamenti, era spaventato per la vicenda in cui era coinvolto. Gli consigliai di dimettersi e lui mi pregò di preparare la minuta perché non era in grado di farlo». E ancora: «Preparai la minuta e gliela mandai. Lui la ricopiò e me la fece avere. Era molto agitato ed è logico che mi chiamasse visto che ero il suo capo».
Augusto Parboni IL TEMPO
04/03/2010
25-01-2010 - armamenti abusivi
Lecce (Salento) -  Un 41enne di Taranto, titolare di un'agenzia di investigazioni private, è stato denunciato dagli agenti di polizia della Questura di Lecce, per il possesso di quattro coltelli, due manganelli telescopici e due confezioni di 100 cartucce calibro 45.
Queste ultime, l'uomo le aveva acquistate da un poligono di tiro di Lecce, “Principe di Piemonte” in Viale Grassi, dove però non le aveva utilizzate, in difformità del regolamento interno. Appena è andato via, gli addetti alla sicurezza hanno informato il 113, e l'uomo è stato bloccato nei pressi del poligono. Oltre al materiale sequestrato, l'uomo deteneva anche una pistola ed una carabina, che gli sono state ritirate cautelativamente per accertamenti di natura amministrativa.
I poliziotti sono intervenuti ieri mattina alle 10:30. In quella circostanza era stato visto con addosso un cinturone con allacciata una fondina con all’interno un coltello di grosse dimensioni attaccato alla gamba destra ed un manganello telescopico infilato nella cintola del pantalone ed un porta manette.Durante l’attività d’indagine, mirata ad acquisire maggiori informazioni possibili circa il soggetto segnalato, la Polizia ha scoperto che si trattava del responsabile di un’ agenzia di investigazione ed operatore di sicurezza  con sede nella provincia di Taranto. Così, nei pressi del poligono, l’uomo è stato bloccato ed identificato per M. M., di Taranto, 41enne.
L’uomo è stato sorpreso con addosso, esattamente nella fondina portata alla cintola, una pistola marca Glock modello 21C, calibro 45 acp perfettamente funzionante priva di caricatore ed un coltello multiuso marca Victorinox.; mentre nella tasca destra dei pantaloni, aveva un coltello a serramanico, in metallo, marca ZT, della lunghezza totale di cm 23; nella custodia in cordura portata a tracollo aveva una Carabina Beretta CX4 STORM, calibro 45, completa di cinque caricatori scarichi, ottica red-point marca royal plus, torcia marca fenix TK11, perfettamente funzionante e priva di caricatore; mentre nella mano sinistra aveva 2  confezioni di munizionamento, complete ciascuna di 50 cartucce, per un totale di 100 cartucce, calibro 45, marca Magtech, acquistati all’interno del poligono Principe di Piemonte.
Da un ulteriore accertamento effettuato all’interno del trolley trascinato dal denunciato, i poliziotti hanno trovato un coltello a serramanico, in metallo con relativa custodia di colore nero, lungo 31 cm, marca extrema-ratio, un coltello multiuso, marca Dakota, due manganelli telescopici in metallo: uno marca “Schrade”, colore nero, lungo 53 cm, l’altro bicolore nero-grigio, della lunghezza totale di 40 cm; inoltre 4 caricatori scarichi della pistola detenuta e una confezione da 50 cartucce calibro 45, marca Fiocchi 45 acp, regolarmente dichiarati.
Gli accertamenti effettuati su tutto il materiale consentivano agli operanti di sottoporre a sequestro penale con atto a parte i seguenti oggetti, detenuti illegalmente da  M. M.: due coltelli a serramanico. Un coltello multiuso, due manganelli telescopici in metallo, 2 confezioni di munizionamento, complete ciascuna di 50 cartucce, per un totale di 100 cartucce.
Gli oggetti restanti sono stati ritirati per ulteriori accertamenti di natura amministrativa  da parte  dell’Ufficio competente della Divisione di Polizia Amministrativa e Sociale della Questura. M. M è stato deferito in Stato di Libertà alla competente A.G., per il reato di  “porto abusivo di armi da punta e da taglio; detenzione e porto illegale di munizionamento”.
15-01-2010 - bonifiche ambientali illecite
Bari Il titolo più qualificato per ottenere un incarico di rilievo era il colore politico. E per tentare di sviare le indagini c’era chi non esitava ad arruolare per l’occasione uno 007 privato in modo da bonificare gli uffici da eventuali microspie e dormire sonni tranquilli: è questo l’inquietante scenario emerso dagli accertamenti di carabinieri e Guardia di finanza, che ieri hanno arrestato con il beneficio dei domiciliari cinque persone tra le quali Lea Cosentino, ex direttrice della Asl di Bari, nota come «Lady Asl», accusata di falso e peculato, una manager che secondo il gip di Bari, Giulia Romanazzi, appartiene «a una rete politico-affaristica tuttora perdurante». È l’ultimo colpo che si abbatte sulla sanità pugliese già devastata da una raffica di inchieste e una montagna di debiti che, nonostante le parole rassicuranti ribadite più volte dal governatore di Sinistra e Libertà, Nichi Vendola, hanno raggiunto la cifra record di circa un miliardo di euro. E adesso, alla vigilia delle elezioni regionali, l’ennesimo scandalo rischia di avere conseguenze politiche in una sinistra pugliese già lacerata dalle aspre frizioni all’interno del Partito democratico, spaccato tra quanti invocano la conferma del presidente uscente, o almeno il ricorso alle primarie, e quanti invece strizzano l’occhio a un accordo con l’Udc puntando sul moderato lettiano Francesco Boccia.
Gli investigatori hanno notificato anche due divieti e un obbligo di dimora. Negli atti dell’inchiesta spuntano i nomi di politici del centrosinistra, che non sono indagati ma secondo gli inquirenti sarebbero in qualche modo intervenuti per caldeggiare la nomina di un medico a direttore dell’unità di Allergologia dell’ospedale di Altamura, in provincia di Bari. Tra loro figura l’assessore regionale ai Trasporti, Mario Loizzo, del Pd. Nel provvedimento cautelare il gip Romanazzi mette in evidenza una telefonata del politico all’ex direttore sanitario della Asl, Giuseppe Lonardelli (anche lui finito ai domiciliari). «Il tono del Loizzo – scrive il giudice – non è quello di chi raccomanda ma di chi detta disposizioni che si devono eseguire e le detta non soltanto genericamente (“bisogna mettere mano”) ma dettagliando specificamente modi e tempi dell’attività da compiere». In quella conversazione intercettata dagli investigatori Loizzo dice, a proposito della commissione esaminatrice, che «là bisogna mettere mano di nuovo a convocare tutti!»; inoltre, nella stessa chiacchierata l’assessore precisa: «...E non facciamo perdere tempo... molto tempo!». Nel corso delle indagini sono state eseguite anche numerose perquisizioni e durante un controllo negli uffici della Asl è stata trovata, tra l’altro, una e-mail inviata da un medico alla segreteria di un parlamentare del Partito democratico, Gero Grassi, «dalla quale – scrive il gip Romanazzi – appare evidente che, per l’affidamento degli incarichi di primario ospedaliero, costituisse titolo preferenziale l’appartenenza politica dei candidati».
Nelle indagini si affaccia anche una vera e propria spy story. L’ex direttore generale Lea Cosentino – è la ricostruzione dell’accusa - si sarebbe infatti rivolta a un investigatore privato, Antonio Coscia, pure lui posto ai domiciliari, per ripulire gli uffici da eventuali microspie piazzate dagli inquirenti. Per quel lavoro, che sarebbe stato condotto con il paravento formale di un altro incarico, furono liquidati complessivamente dalla Asl 72mila euro: denaro pubblico che secondo la Procura sarebbe servito per ostacolare le indagini. E non è tutto, perché dall’inchiesta è venuto fuori che l’investigatore privato avrebbe anche pedinato e fotografato l’ex assessore alla Salute, Alberto Tedesco, adesso senatore del Pd: una vicenda che il gip definisce «inquietante».
5-01-2010 - Marito geloso nei guai per un cellulare
Ha temuto per mesi e mesi di essere intercettata in ogni sua comunicazione telefonica da un investigatore privato ma a controllare tutte le sue telefonate, in voce e via sms, era proprio il marito, evidentemente troppo geloso, e che adesso rischia grosso. Non ci ha pensato due volte la donna, una quarantenne di Bovalino, sulla costa ionica del reggino, una volta avuta certezza di essere controllata a rivolgersi ai carabinieri. E ai militari ha raccontato di avere ricevuto in dono, nel 2007, proprio da G.C., di 50, l'uomo che aveva sposato da dieci anni e dal quale aveva avuto un figlio che oggi ha otto anni, un telefonino ultramoderno Nokia 6330. Dai sospetti alla certezza di essere tenuta sotto controllo per l'impiegata, derubata del proprio privato, il passo è stato davvero molto breve. Tanto più dopo avere notato che il marito appariva stranamente al corrente di particolari e dettagli legati alle sue conversazioni private. Ai carabinieri non è servito molto per venire a capo della vicenda: dopo una serie di accertamenti, gli investigatori sono giunti a concludere che non c'era nessun 'grande fratello' di orwelliana memoria dietro quelle intercettazioni, ma solo la scarsa fiducia di un marito che aveva pensato bene di regalare alla sua donna quel telefonino ultramoderno, in realtà provvisto di un software in grado di consentire l'intercettazione del flusso e dei contenuti di tutte le comunicazioni in entrata e in uscita dall'apparecchio. L'uomo è stato denunciato e rischia adesso di essere incriminato per reati che prevedono una pena di circa quattro anni. Della vicenda è stata informata la Procura della Repubblica di Locri. La legge in questo ambito è molto dura e vieta ogni forma di intercettazione telefonica non solo tra privati ma anche tra coniugi. Le sole intercettazioni consentite sono quelle svolte dalla polizia giudiziaria su delega della magistratura inquirente. La donna, dopo quello che è accaduto, ha deciso per il momento di non volere avere più niente a che fare con il marito e ha dato mandato ad un avvocato di avviare le pratiche per il divorzio. Sarà difficile ricostruire un rapporto che è venuto meno proprio sul terreno della fiducia.
31-05-2009 - l'aquila: investigazioni abusive
Agenzie investigative senza scrupoli, con uomini capaci di violare leggi e regolamenti pur di acquisire tutte le informazioni utili e richieste. E' un quadro a tinte fosche quello che emerge dall'avviso di conclusioni delle indagini preliminari che è stato notificato nei giorni scorsi a 29 persone, tra detective privati, funzionari dell'agenzie delle entrate, impiegati.
L'atto d'accusa è compilato dal pm Pietro Saviotti che si accinge a chiedere il rinvio a giudizio di tutti o quasi gli indagati. I reati contestati sono molti e anche di più gli episodi illeciti.
I principali soggetti coinvolti facevano riferimento alla agenzia 'Professional Detective' che aveva sede all'Aquila.
Secondo il pubblico ministero "si associavano tra loro al fine di svolgere investigazioni illegali mediante continuativi trattamenti illeciti di dati personali, interferenze illecite aggravate nella vita privata, corruzioni di pubblica amministrazione e di incaricati di pubblico servizio, per atti contrari ai doveri di ufficio, rivelazioni e utilizzazioni di segreti d'ufficio, falsità ideologiche commesse dal provato in atto pubblico, false testimonianze e intralcio alla giustizia".
La maggior parte degli indagati erano anche citati nell'ordinanza di custodia cautelare emessa nel maggio dello scorso anno dal gip Marco Patarnello, che portò in carcere 17 persone tra amministratori e collaboratori di agenzie investigative di Roma, Torino, l'Aquila e Arezzo.
29-06-2010 - investigazioni illegali a roma
Chiesto il giudizio di 29 imputati, tra investigatori privati e clienti che volevano smascherare i partner. L'inchiesta è partita da una cimice collegata alla batteria di un'auto.

Raccolta di notizie inerenti accadimenti di cronaca coinvolgenti le investigazioni private: comportamenti assolutamente da evitare. Utile ed interessante per capire cosa un'agenzia investigativa seria assolutamente non deve fare. Per chiarimenti e consigli contattaci.

26-05-2011 - VENDEVA ONLINE I DATI DEGLI AUTOMOBILISTI
MILANO - Fabio Petta, 40 anni, aveva capito che tra infedeltà coniugali, curiosi, investigatori privati e «colleghi» criminali, c’era da fare soldi. E così è stato fino all’arresto a Olbia da parte degli esperti del Cnapic (Centro nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) avvenuto venerdì scorso. Petta aveva messo su un vero e proprio suk delle targhe online con un giro di affari da pmi: il software Urban-pra che veniva spammato liberamente in rete - tanto da essergli costata già prima dell’arresto anche una denuncia da parte del Garante della Privacy — permetteva di accedere al Pra, la banca dati dell’Aci. Con 49 euro si potevano avere le informazioni dei proprietari di un’automobile partendo dai numeri della targa: nome, cognome, indirizzo, residenza, codice fiscale e informazioni sul telaio e sui passaggi di proprietà del mezzo. Il software di cui c'è traccia su torrentz e su alcuni siti veniva pubblicizzato come uno strumento per smascherare eventuali truffe nell'acquisto di un automobile. Un non senso visto che il Pra è una banca dati pubblica dove chiunque, previo pagamento di 19,2 euro, può chiedere la visura. Il business era nel promettere per 49 euro un accesso illimitato, più utile per chi gioca a fare l'investigatore privato che per i cittadini normali. A modo suo era un imprenditore online, ma dalla parte della criminalità. Non certo un geek.

LA PRIMA VOLTA - Per incassare Petta usava un meccanismo ormai oliato dai truffatori della rete e cioè la ricarica di varie carte Poste Pay, collegate a generalità false, che poi usava per fare shopping. L’accusa del magistrato Giuseppe Corasaniti, uno dei primi pm ad essersi occupato in Italia di frodi online e che ha lavorato a stretto contatto con il direttore della Polizia Postale, Antonio Apruzzese, è di accesso abusivo a sistema informatico e frode informatica ai danni del sistema pubblico: infatti i conti degli accessi al Pra erano pagati a loro insaputa, mese dopo mese, dai vigili urbani di Aversa a cui Petta aveva rubato le credenziali di ingresso alla banca dati. Il caso segna una svolta nella lotta alla criminalità digitale perché il Giudice per le udienze preliminari ha già convalidato l’arresto di Petta che ora rischia 5 anni di prigione.

IDENTITA' DIGITALI - Il sospetto degli investigatori è che le visure venissero usate anche per il ricco mercato in nero delle identità digitali. È il primo spammer in Italia contro il quale si è giunti a formalizzare un’incriminazione così pesante. Spesso infatti le indagini sui truffatori online che scappano con i pagamenti incauti di prodotti che non arriveranno mai - si ricorderà il caso dei Kindle fantasma, smascherato dal Corriere.it - finiscono con delle denunce a piede libero. Ma in questo caso, se le accuse partite da una denuncia dell'Aci verranno confermate al processo, per Petta la prigione non sarà solo virtuale ma in cemento e ferro. Era infatti un recidivo già noto alle forze dell’ordine della Rete che lo avevano denunciato in passato per crimini informatici.Fonte: Corriere.it

21-11-2010 - PRIVACY VIOLATA: NEI GUAI POLIZIOTTO E CARABINIERE
Anche un poliziotto della questura di Parma e un carabiniere in forza al nostro comando provinciale sono finiti nel mirino della polizia postale di Roma.
Lo sfondo è un'indagine delicata, condotta su scala nazionale proprio dai segugi  della Rete, incaricati di vigilare sulla sicurezza informatica, specializzati nello stanare ogni genere di utilizzo distorto o illegale delle tecnologie.
A metà settimana un drappello di investigatori era arrivato a Parma dalla capitale, per una serie di accertamenti e verifiche.
Hanno fatto tappa negli uffici di borgo della Posta e in quelli di strada delle Fonderie. Il motivo? Si sospetta che il poliziotto e il militare dell'Arma abbiano all'occorrenza dato una mano agli «sherlock holmes» di un'agenzia investigativa privata, anche quella di casa nostra. Come? Passando informazioni (dietro compensi in denaro) acquisite da terminali e banche dati in uso alle forze dell'ordine.
Non siamo certo nel campo dei segreti di Stato, si tratterebbe di un genere di informazioni molto più «spicciole» come possono essere l'indirizzo di una seconda casa, un numero di cellulare di persone che per varie ragioni erano  «attenzionate» dagli investigatori privati.
Informazioni comunque riservate e non accessibili a un cittadino qualsiasi: quei «dati sensibili» a protezione dei quali esiste una griglia di leggi e norme sulla privacy rigorose.
Sulla vicenda, per ora, nessun commento ufficiale dai vertici locali di polizia e carabinieri. Gli agenti della postale romana sarebbero comunque stati nelle abitazioni del poliziotto e del carabiniere: da entrambi si sarebbero fatti consegnare varia documentazione, dalla casa del militare avrebbero anche portato via un pc.
Il carabiniere risulta «momentaneamente spostato ad altro incarico», ovvero non più fisicamente in servizio in strada delle Fonderie, ma trasferito in una sede vicina. L'agente della questura in questi giorni risulterebbe in ferie, e per lui non è stato preso alcun tipo di provvedimento.
Le violazioni in cui sarebbero incappati potrebbero essere più di una - dall'indebito accesso a dati protetti alla violazione del codice della privacy - aggravate dal fatto che a commetterle sarebbero stati due agenti di polizia giudiziaria.
Ma anche per gli investigatori privati che avrebbero chiesto gli «aiutini» non è un azzardo pensare si possa profilare qualche grana all'orizzone, ad esempio una denuncia per corruzione di pubblico ufficiale.
Fonte: Gazzettadiparma.it

 

09-06-2010 - TELECAMERE SEGNALATE: MULTA DA 6000 EURO
A quanto pare le telecamere piazzate all’interno e all’esterno del locale pubblico riprendevano ciò che accadeva all’insaputa dei clienti. Un comportamento che è vietato.
Può costare fino a seimila euro una violazione della normativa sulla privacy relativa all’inosservanza delle disposizioni in materia di videosorveglianza. È quanto la polizia postale ha contestato nei giorni scorsi al titolare di un bar del centro di Diano Marina.
Stando al verbale, il proprietario - che ovviamente aveva la sola intenzione di garantire sicurezza al suo locale e prevenire azioni di malviventi - non ha esposto, come prevedono le norme, i regolari cartelli (con l’altrettanto regolamentare simbolo ben in vista) di avviso alla clientela sull’effettuazione di riprese per la videosorveglianza.
A quanto pare le telecamere piazzate all’interno e all’esterno del locale pubblico riprendevano ciò che accadeva all’insaputa dei clienti. Un comportamento che è vietato. Chi viene ripreso da sistemi audiovisivi deve sapere che la sua immagine in quel momento entra in un archivio soggetto alle norme del trattamento dei dati personali.
Applicando quanto prevedono le sanzioni previste dal garante il totale dell’infrazione è lievitato, raggiungendo appunto la cifra esorbitante di seimila euro. Con grande stupore il proprietario ha accolto la contestazione, non senza obiettare per via dell’importo.
«Le disposizioni sono chiare e i provvedimenti per chi le viola sono severi - ha spiegato l’ispettore capo della polizia postale Ivan Bracco - Tra l’altro è una materia non nuova, che tutela la riservatezza di dati e immagini personali che la stessa Comunità Europea riconosce con una specifica direttiva (la 95/46 n.d.r.) ben precisa e risalente a quindici anni fa. Difficile non conoscerla».
Il blitz della Polposte presso il locale pubblico di Diano Marina è scattato a quanto pare su una segnalazione inoltrata agli uffici della polizia d Imperia. Ma non è escluso che altri controlli finiscano per riguardare altri esercizi commerciali
Gli agenti intervenuti l’altra mattina, così come un cliente avrebbe sollecitato, non hanno trovato regolarmente esposti e ben visibili i cartelli che avvisano delle riprese attraverso un sistema di videosorveglianza. Da qui la contestazione e la sanzione piuttosto salata.
Ora il proprietario potrà, rivolgendosi direttamente al Garante, far valere le proprie ragioni e chiedere di esaminare il provvedimento adottato dalla Polposte. sarà il garante stesso a pronunciarsi se l’importo contestato è commisurato all’infrazione commessa. «Non si tratta di una procedura penale: nessun certificato di pendenze viene compromesso da un’infrazione alla normativa della privacy. Le sanzioni previste però sono di importi piuttosto elevati» spiegano i legali esperti in materia. Quasi certamente il caso è destinato a sollevare non poche eccezioni. se da una parte infatti la necessità di proteggersi in molti casi è necessaria, dall’altra ogni privato cittadino ha il diritto di proteggere la propria vita privata.
Sistemi di videosorveglianza oggi ormai sono adottati ovunque presso gli esercizi commerciali, boutique, negozi di frutta e verdura, botteghe artigiane e rivendite di tabacchi e valori bollati.
Fonte: il Secolo XIX

 

29-06-2010 - raccogliere informazioni private illecitamente

Se si scarica spesso la batteria dell'auto è il momento di preoccuparsi. Non perché la vettura ha problemi all'impianto elettrico, ma perché il partner vi sta intercettando. Ascolta qualsiasi conversazione e può sapere anche dove vi trovate in ogni momento della giornata. È questo uno tra i metodi più usati per scoprire il tradimento del partner. Ma è sempre più rischioso. Chiedere di intercettare le conversazioni del marito o della moglie, mettere microspie in auto o in casa per svelare tradimenti può costare caro. Fino a rischiare di finire sotto processo. Pagare un investigatore privato per sapere se il partner ha incontri extraconiugali attraverso l'uso di apparecchi tecnologici o intrusioni informatiche è infatti reato.
La procura ha chiesto il rinvio a giudizio di 29 imputati, tra 007 e clienti, tra agenti della polizia e dipendenti dell'Agenzia delle Entrate. Tutti uniti dallo stesso scopo: raccogliere informazioni private illecitamente. Secondo la magistratura, avrebbero creato un vero e proprio gruppo dedito a svolgere investigazioni illegali con gravi interferenze nella vita privata di una cinquantina di persone. Tanto da arrivare a «modificare» i telefoni cellulari inserendoci microspie o installando cimici nella macchina collegate alla batteria. Proprio da quest'ultimo caso è partita l'indagine condotta dal pm Pietro Saviotti. Un uomo era costretto a cambiare continuamente la batteria della sua vettura poiché si scaricava molto spesso. Un giorno, dopo un esame accurato del mezzo da parte dell'elettrauto ecco venir fuori la verità: alla batteria era stata collegata una cimice. Fatta mettere dalla compagna. Durante gli accertamenti degli inquirenti, è anche emersa la storia di una donna che era stata presa di mira dagli 007. Gli imputati dovevano raccogliere informazioni sulla sua vita sessuale e il suo stato patrimoniale per poterla poi ricattare. Oppure la storia di una moglie che utilizzava un'auto dove il marito aveva fatto installare una microspia per tenerla sotto controllo. Le indagini hanno fatto finire nel mirino della procura soggetti legati a diverse agenzie di investigazioni. «La nostra categoria trova molti ostacoli, soprattutto a causa di una normativa obsoleta: è ad esempio difficile reperire elementi di prova nel processo penale», spiega il presidente della Confederazione nazionale degli investigatori privati Leonardo Lagravinese.
Augusto Parboni.  Fonte: iltempo.it
29/06/2010

 

06-06-2010 - INTERCETTAZIONI ABUSIVE a BOLZANO
Bolzano, spiavano gli sms del marito
Condannati una donna e un investigatore

Il giudice ha considerato illecito l'utilizzo di «Polifemo», un programma che è in grado di trasmettere gli sms inviati e ricevuti da un’altra utenza telefonica, con il quale la donna e lo 007 privato controllavano il marito di lei

BOLZANO. Spiare gli sms del proprio marito può costare caro. Lo sanno bene una donna e un investigatore privato condannati per aver utilizzato e venduto «Polifemo» un programma che è in grado di trasmettere gli sms inviati e ricevuti da un’a ltra utenza telefonica. Insomma una sorta di «occhio» su un altro cellulare per poter controllare. E magari scoprire un tradimento. Per entrambi il pubblico ministero aveva chiesto un decreto penale di condanna ma solo l’investigatore ha accettato.
Così Tiziano Loss, titolare di un’agenzia investigativa, dovrà pagare 6.700 euro mentre la sua cliente di Egna (Bolzano) - che si era opposta al decreto penale - ha patteggiato la pena e dovrà pagare circa 2 mila euro. Il reato di cui sono stati accusati è quello di installazione di apparecchiature atte ad intercettare o impedire conversazioni telefoniche.
Secondo l’accusa l’investigatore aveva installato su un telefonino consegnato da una cliente il software Polifemo. Si tratta di un programma informatico del costo di poco più di 200 euro in grado di inviare ad un altro apparecchio cellulare il testo di tutti gli sms ricevuti o partiti da un determinato telefonino. Insomma un sistema che fornisce la reale possibilità di poter controllare i messaggi dell’altro, magari del marito (o, perché no, della moglie) sul quale si nutrono dei dubbi.
Il programma viene prodotto da un’azienda di software di Vicenza, la Cybertronik. Gira sul sistema operativo Symbian, quello più diffuso per i telefonini Umts. L’inchiesta aveva preso il via l’a nno scorso dal caso del noto immobiliarista romano Danilo Coppola. Dopo il suo arresto, la Finanza, aveva trovato che l’uomo d’affari aveva installato il software Polifemo sul telefonino di alcune amiche. Le Fiamme Gialle sono giunte nella sede della produttrice Cybertronik, a Vicenza, e hanno sequestrato il database con 460 clienti. Nella lista c’era anche il nome di Loss e degli altri clienti della nostra regione. L’investigatore aveva ottenuto una copia in prova e poi ne aveva comprata un’altra per rivenderla ad una cliente. Gli altri trentini, invece, avevano acquistato il programma su internet. La Finanza ha verificato i tabulati dei telefonini intercettati e ha visto che dagli apparecchi, chiamati slave, partivano dei messaggi verso un cellulare master il cui numero era intestato alla persona che aveva acquistato il programma elettronico. E quindi sono state individuate di volta in volta le procure competenti.
(06 giugno 2010) Fonte: ALTO ADIGE LOCAL

 

04-05-2010 - investigazioni ABUSIVE a PADOVA
Spiavano mogli, mariti e industriali
«Così vendevo i dati ai detective»
La confessione di Merlani: «Ho sbagliato, mi vergogno»
Paolo Merlani è imputato nel procedimento per spionaggio.

PADOVA — Di qua gli investigatori privati a caccia di informazioni riservate su mogli, mariti, fornitori, clienti e avversari in genere. Di là lui, l’ispettore di polizia Paolo Merlani, 50 anni, che avendo a disposizione varie banche dati segrete, come quelle dello Sdi (sistema informatico a disposizione delle forze di polizia) e dell’Anagrafe tributaria, forniva soffiate dietro ricompensa: «Sì, è tutto vero, ho percepito del denaro, mi vergogno di quello che ho fatto, non so se avrò ancora il coraggio di indossare la divisa che ho portato in questi 25 anni di servizio, ribadisco voglio spiegare tutti i fatti ».

Alla vigilia del secondo appuntamento con l’udienza preliminare del procedimento sullo «spionaggio», rinviata ieri al 30 giugno per l’impedimento di un imputato, spunta l’interrogatorio fiume dell’ispettore che ha confessato tutti gli addebiti, raccontando come funzionava il sottobosco investigativo e spesso illecito nel quale operavano alcuni detective, in contatto con poliziotti e con dipendenti infedeli delle compagnie telefoniche. Otto davanti al giudice, fra investigatori, collaboratori, poliziotti e un uomo della Vodafone. Reati: corruzione, atti contrari ai doveri d’ufficio e accesso abusivo ai sistemi informatici. In particolare, venivano forniti una pletora di dati sensibili, dai tabulati telefonici ai numeri di cellulare, dagli intestatari di targhe automobilistiche alle segnalazioni di polizia, dalla frequentazioni politiche risultanti dallo Sdi ai rapporti di fornitura di concorrenti aziendali.

Per Merlani tutto iniziò con la scomparsa di un giovane direttore di un supermercato Pam padovano: «Era il 2003-2004, lui aveva 24-25 anni e dopo tre settimane di indagini mi affiancarono un investigatore privato, Maurizio Salvagnin. L’indagine ebbe un buon esito, trovammo il ragazzo che era andato in depressione, e il Salvagnin mi disse: "Se ho bisogno posso disturbarla?". E io: solo se è a fin di bene. Lui poi mi ha voluto incontrare in un bar , mi ha messo 100 euro in tasca, io non ho accettato, poi ho accettato... Dopo 2-3 mesi mi ha chiamato: "C’è un genitore... il figlio ha fatto 4 anni a San Patrignano e adesso lo vede strano, è possibile vedere se magari la Volante l’ha fermato con tossicodipendenti?". Ho fatto accertamenti... Da lì quasi per riconoscenza ho accettato 2-300 euro, mi chiamava, a volte andavo. Fino al giorno in cui mi ha detto: "C’è una ditta che non può vendere pneumatici"». Un salto di qualità. Perché qui l’ispettore ha un po’ esagerato, come sottolinea il procuratore aggiunto di Padova Matteo Stuccilli nel corso dell’interrogatorio. Per arrivare al nome del fornitore e indagare il mercato della ditta in questione, Merlani si è addirittura inventato una denuncia di furto, in modo da poter penetrare l’azienda. Domanda del pm: «Quindi la denuncia è un falso?». Risposta: «Sì». «Ha fatto gli orginali falsi e li ha messi a fascicolo?». «Sì sì». «Quindi ha fatto un fascicolo falso, diciamo? Non c’era alcuna denuncia di Magri Riccardo presentata alla Questura di Padova?». «Esatto». «Ispettore Merlani, mi pare che si sia spinto un po’ troppo in là però, o no?», puntualizza il pm.
Altra impennata: i tabulati telefonici, cioè la lista dei numeri di tutte le utenze in entrata e in uscita da un certo cellulare. Per un investigatore privato un Eldorado. E un po’ anche per lui: «Salvagnin mi chiese di fare un accertamento su questa persona, Renato Nordio (poi deceduto, ndr), sessantenne veneziano, che era in grado di fornire tabulati. Lo contattai e mi disse: "Quando avrai la cosa, i soldi me li mandi su Postpay"». Nordio non era un mago. Pagava una talpa interna al pubblico servizio telefonico che gli dava i documenti. E l’ispettore cosa fa? Lo denuncia? No, l’occasione è ghiotta e così decide di partecipare anche il giro dei tabulati. «Nel mio computer ci sono tutti quelli che ho fatto... Ho lasciato che Salvagnin si autogestisse... Caon (allora assistente capo della Polizia a Padova, ndr) andava a prenderseli e poi mi portava i soldi e io facevo il versamento... L’ultimo che abbiamo fatto, che era un Omnitel, ci ha fatto aspettare venti giorni, un mese, non ricordo. Tanto che pensavamo che non lo facesse più. Poi ci ha chiamato un giorno che eravamo in ufficio, una mattina, e allora praticamente siamo andati assieme allo Sheraton...». Quanto veniva pagato Nordio? «Salvagnin ci pensava direttamente, mi sembra che versasse 750 euro di un mese di traffico, in entrata e in uscita... La prima volta io e Caon abbiamo preso 100 euro a testa, e poi sempre sui 100-150. Invece il Caon li prendeva e poi, quando me li portava, facevo il versamento a Nordio». Ma, contesta il pm, queste operazioni risultano fatte da Paolo Volpin! «No, non esiste, quei dati sono miei». E come ha fatto? «Con una carta d’identità che non esiste». Alle Poste? «Sì». Non la controllavano? «No». Ha lavorato alle Poste? «Sì, le dico, non controllavano». E dove andava? «Di fronte al Tribunale e sulla Riviera». Insomma, l’ispettore era molto attivo. Ma quanto teneva per sè? «Alla fine 3-4mila euro... sa la macchina... il mutuo». Il pm: mi sembrano un po’ pochi per un’attività del genere. «Lo so, perché sono stato... vorrei dire un coglione».
Fonte: il Corriere del Veneto

 

19-04-2010 - investigazioni illegali a forli'

FORLI' - Danneggiamento aggravato ed esercizio abusivo della professione. Con queste accuse gli agenti della Squadra Mobile di Forlì hanno denunciato un investigatore privato di 42 anni, al quale era stata in passato negata l'autorizzazione perché colpevole di gravi negligenze. L'uomo era stato assoldato da una donna per spiare l'ormai ex marito, un operaio forlivese di 44 anni, ma è stato "beccato" mentre stava installando un dispositivo gps nell'auto dell'uomo.
La vicenda risale ad alcuni mesi fa. La moglie del quarantaquattrenne aveva assoldato l'investigatore privato per controllare i movimenti del compagno dal quale si era da poco separato. Per farlo il detective aveva deciso di piazzare sotto l'auto dell'operaio un gps, ma è stato sorpreso proprio dallo spiato. L'investigatore era riuscito a dileguarsi, ma il 44enne aveva preso nota di parte della targa dell'auto del fuggitivo.
L'uomo si è presentato agli uffici della Squadra Mobile per sporgere denuncia, spiegando che lo sconosciuto gli aveva graffiato la vettura. La Polizia ha sequestrato il gps, scoprendo all'interno del dispositivo elettrico una scheda telefonica. Nell'immediatezza questo elemento non è stato considerato utile alle indagini perché intestata ad un "nome di comodo", un bolognese senza fissa dimora.
Le indagini sull'auto e su parte dei numeri di targa hanno invece portato ad un'anziana signora di Savignano, familiare di un 42enne già noto per esser stato alcuni anni fa un investigatore privato. L'uomo continuava ad esercitare la professione nonostante gli fosse stata stracciata l'autorizzazione per esser stato trovato in possesso di una pistola in un ufficio pubblico che aveva occultato in una borsa.
La Polizia ha approfondito le indagini appurando che l'operaio da spiare era stato in passato protagonista di diverbi con l'ex moglie che avevano richiesto dell'intervento delle forze dell'ordine. Gli inquirenti hanno così scoperto che era stata la moglie dell'operaio ad ingaggiare il detective. A provarlo anche continui rapporti telefonici tra i due. Messa alle strette la donna ha confessato. L'unico a rimetterci è stato però solo l'investigatore, denunciato per danneggiamento aggravato ed esercizio abusivo della professione.
Fonte: Romagnaoggi

 

 

12-03-2010 - investigazioni illegali a padova
Fonte: IL GAZZETTINO.IT
Persone comuni, professionisti e imprenditori, tutti controllati per conto di ispettori privati da insospettabili agenti prezzolati
PADOVA (12 marzo) - Le parti lese sono 236. Alcuni sono semplici cittadini, altri sono noti professionisti o imprenditori. Sono le persone per le quali insospettabili ispettori di polizia "spiavano" nei terminali dello Sdi, il sistema informatico centralizzato delle forze dell’ordine in quelli di Telecom, nelle Anagrafi, all’Inps, per conto di investigatori privati amici che sborsavano compensi mensili.
Gli imputati sono rimasti in otto. Perchè le posizioni di altre diciotto persone sono state trasmesse alla Procura di Roma dal procuratore aggiunto, Matteo Stuccilli, per competenza territoriale.
Davanti al giudice Mariella Fino si è aperta ieri mattina l’udienza preliminare dell’inchiesta sugli illeciti accessi alle banche dati. Le accuse sono, a diverso titolo, di corruzione, falso, rivelazione di segreti d’ufficio e introduzione abusiva nel sistema informatico. Tra gli otto imputati vi sono Paolo Merlani, ex ispettore capo dell’Anticrimine di Padova, l’ex collega Domenico Caon, il noto investigatore privato Maurizio Salvagnin, con studio in città in via Oberdan, il suo ex collaboratore, Michele Sanvido, Armando Dalla Pozza, titolare dell’agenzia di investigazioni Pegaso. Il 4 settembre del 1975 quando Padova fu teatro di un sanguinoso conflitto a fuoco tra polizia e brigatisti rossi in cui morì un agente, Dalla Pozza allora in polizia a Padova, riuscì a catturare due brigatisti. Qualche tempo dopo, per quell’episodio drammatico, si vide appuntare sul petto una medaglia d’argento al valor militare. Lasciò la Polizia nel 1992 da pensionato, con la qualifica di ispettore capo. Ebbene, tutti questi imputati sono stati arrestati nel marzo 2006. La prima ordinanza di custodia cautelare in carcere era stata firmata dalla magistratura milanese, dove era nata l’inchiesta. La seconda ordinanza di custodia cautelare l’aveva firmata il giudice Nicoletta De Nardus su istanza del procuratore aggiunto Matteo Stuccilli. Le indagini sono state condotte dalla Digos.
L’udienza è stata rinviata al 30 aprile. Il rappresentante dell’accusa ha chiesto l’incidente probatorio per sentire Paolo Merlani e Maurizio Salvagnin. Presumibilmente seguiranno le richieste di riti abbreviati e patteggiamenti. Merlani e Salvagnin hanno collaborato con gli inquirenti. «Ho sbagliato, mi vergogno», aveva detto l’ex ispettore Merlani al giudice delle indagini preliminari, Cristina Cavaggion, che il 10 marzo lo aveva interrogato per rogatoria dopo l’arresto dei giudici milanesi. Merlani e Salvagnin hanno continuato la loro collaborazione anche nell’interrogatorio che il successivo 30 aprile avevano reso al pubblico ministero Matteo Stuccilli.

 

04-03-2010 - investigazioni illegali

Nelle carte del Ros il titolare del Salaria Sport Village avrebbe chiesto a una società di sicurezza di verificare negli archivi di Finanze, Interno e Giustizia se esistevano indagini sul gruppo di amici.
Inchiesta sui grandi eventi: la «cricca» avrebbe tentato di ottenere dati contenuti nelle banche dati di ministeri di Finanze, Giustizia e Interno. Secondo il Ros, attraverso alcune intercettazioni del 2009, il titolare del circolo sportivo Salaria Sport Village avrebbe avuto contatti con una società «abilitata all’esercizio di attività investigativa e di vigilanza», per cercare di venire a conoscenza di possibili indagini penali in corso nei confronti degli indagati.
Sicurezza violata Nell'informativa degli investigatori del 21 febbraio 2009, emerge che tra i soci dell'azienda di sicurezza, c'erano anche una ex fonte Sisde, nonché un ex sindacalista Alitalia, «di fatto investigatore privato sulla piazza di Roma», e un ispettore della Guardia di Finanza di Novara, «direttore e gestore di canali per acquisire informazioni dall'anagrafe tributaria e dallo Sdi». Si tratta di soggetti, scrivono gli investigatori nel rapporto consegnato ai magistrati, che sono finiti in passato nel mirino della procura di Milano che indagava sulla «Security Telecom». In questo caso erano stati accusati, a seconda delle posizioni processuali, di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali e all'utilizzazione a fini patrimoniali di segreti d'ufficio, consultabili solo da pubblici ufficiali, nonché informazioni riservate acquisite dai servizi di informazione dello Stato italiano e da Stati stranieri, sul loro conto.
Nuovi arresti Intanto non si ferma l'attività delle procure italiane che stanno indagando sui presunti appalti «pilotati». Sarebbe infatti in arrivo una nuova ondata di arresti nei confronti di personaggi coinvolti, a vario titolo, nel presunto giro di appalti irregolari per i lavori per il G8 alla Maddalena, per i Mondiali di Nuoto Roma 2009 e per alcune ristrutturazioni da compiere a Firenze. Gli inquirenti, inoltre, stanno continuando a passare sotto la lente d'ingrandimento i rapporti tra Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, tutti rinchiusi in carcere, da dove continuano a respingere le contestazioni che li hanno fatti finire dietro le sbarre. Non solo. Nelle nuove informative dei carabinieri del Ros emergono, secondo i pm, le conferme dell'esistenza di un giro di favori legati poi ad assunzioni di amici e parenti della «cricca». Tra queste, di Filippo Balducci, figlio dell'ex presidente del Consiglio nazionale dei lavori pubblici, come dipendente part-time all'Unicef, con un contratto firmato nell'ottobre 2009, pochi giorni dopo un incontro tra Balducci padre e Vincenzo Spadafora, presidente dell'Unicef Italia.
Pressioni politiche Sempre dai documenti degli investigatori, lo scorso gennaio l'imprenditore Francesco Maria De Vito Piscicelli e l'ex commissario del Nuoto Claudio Rinaldi, hanno avuto numerosi contatti con la segreteria del sindaco di Roma Gianni Alemanno per «far in modo che venga pagata una fattura per lavori di avanzamento» presso la piscina di Valco San Paolo.
Procuratore di Roma Intanto, il procuratore capo della Capitale, Giovanni Ferrara, in merito al suo colloquio con l'ex collega Achille Toro, ha voluto sottolineare che «mi chiamò dalla clinica dove si trovava per accertamenti, era spaventato per la vicenda in cui era coinvolto. Gli consigliai di dimettersi e lui mi pregò di preparare la minuta perché non era in grado di farlo». E ancora: «Preparai la minuta e gliela mandai. Lui la ricopiò e me la fece avere. Era molto agitato ed è logico che mi chiamasse visto che ero il suo capo».
Augusto Parboni IL TEMPO
04/03/2010

 

25-01-2010 - armamenti abusivi
Lecce (Salento) -  Un 41enne di Taranto, titolare di un'agenzia di investigazioni private, è stato denunciato dagli agenti di polizia della Questura di Lecce, per il possesso di quattro coltelli, due manganelli telescopici e due confezioni di 100 cartucce calibro 45.
Queste ultime, l'uomo le aveva acquistate da un poligono di tiro di Lecce, “Principe di Piemonte” in Viale Grassi, dove però non le aveva utilizzate, in difformità del regolamento interno. Appena è andato via, gli addetti alla sicurezza hanno informato il 113, e l'uomo è stato bloccato nei pressi del poligono. Oltre al materiale sequestrato, l'uomo deteneva anche una pistola ed una carabina, che gli sono state ritirate cautelativamente per accertamenti di natura amministrativa.
I poliziotti sono intervenuti ieri mattina alle 10:30. In quella circostanza era stato visto con addosso un cinturone con allacciata una fondina con all’interno un coltello di grosse dimensioni attaccato alla gamba destra ed un manganello telescopico infilato nella cintola del pantalone ed un porta manette.Durante l’attività d’indagine, mirata ad acquisire maggiori informazioni possibili circa il soggetto segnalato, la Polizia ha scoperto che si trattava del responsabile di un’ agenzia di investigazione ed operatore di sicurezza  con sede nella provincia di Taranto. Così, nei pressi del poligono, l’uomo è stato bloccato ed identificato per M. M., di Taranto, 41enne.
L’uomo è stato sorpreso con addosso, esattamente nella fondina portata alla cintola, una pistola marca Glock modello 21C, calibro 45 acp perfettamente funzionante priva di caricatore ed un coltello multiuso marca Victorinox.; mentre nella tasca destra dei pantaloni, aveva un coltello a serramanico, in metallo, marca ZT, della lunghezza totale di cm 23; nella custodia in cordura portata a tracollo aveva una Carabina Beretta CX4 STORM, calibro 45, completa di cinque caricatori scarichi, ottica red-point marca royal plus, torcia marca fenix TK11, perfettamente funzionante e priva di caricatore; mentre nella mano sinistra aveva 2  confezioni di munizionamento, complete ciascuna di 50 cartucce, per un totale di 100 cartucce, calibro 45, marca Magtech, acquistati all’interno del poligono Principe di Piemonte.
Da un ulteriore accertamento effettuato all’interno del trolley trascinato dal denunciato, i poliziotti hanno trovato un coltello a serramanico, in metallo con relativa custodia di colore nero, lungo 31 cm, marca extrema-ratio, un coltello multiuso, marca Dakota, due manganelli telescopici in metallo: uno marca “Schrade”, colore nero, lungo 53 cm, l’altro bicolore nero-grigio, della lunghezza totale di 40 cm; inoltre 4 caricatori scarichi della pistola detenuta e una confezione da 50 cartucce calibro 45, marca Fiocchi 45 acp, regolarmente dichiarati.
Gli accertamenti effettuati su tutto il materiale consentivano agli operanti di sottoporre a sequestro penale con atto a parte i seguenti oggetti, detenuti illegalmente da  M. M.: due coltelli a serramanico. Un coltello multiuso, due manganelli telescopici in metallo, 2 confezioni di munizionamento, complete ciascuna di 50 cartucce, per un totale di 100 cartucce.
Gli oggetti restanti sono stati ritirati per ulteriori accertamenti di natura amministrativa  da parte  dell’Ufficio competente della Divisione di Polizia Amministrativa e Sociale della Questura. M. M è stato deferito in Stato di Libertà alla competente A.G., per il reato di  “porto abusivo di armi da punta e da taglio; detenzione e porto illegale di munizionamento”.

 

15-01-2010 - bonifiche ambientali illecite
Bari Il titolo più qualificato per ottenere un incarico di rilievo era il colore politico. E per tentare di sviare le indagini c’era chi non esitava ad arruolare per l’occasione uno 007 privato in modo da bonificare gli uffici da eventuali microspie e dormire sonni tranquilli: è questo l’inquietante scenario emerso dagli accertamenti di carabinieri e Guardia di finanza, che ieri hanno arrestato con il beneficio dei domiciliari cinque persone tra le quali Lea Cosentino, ex direttrice della Asl di Bari, nota come «Lady Asl», accusata di falso e peculato, una manager che secondo il gip di Bari, Giulia Romanazzi, appartiene «a una rete politico-affaristica tuttora perdurante». È l’ultimo colpo che si abbatte sulla sanità pugliese già devastata da una raffica di inchieste e una montagna di debiti che, nonostante le parole rassicuranti ribadite più volte dal governatore di Sinistra e Libertà, Nichi Vendola, hanno raggiunto la cifra record di circa un miliardo di euro. E adesso, alla vigilia delle elezioni regionali, l’ennesimo scandalo rischia di avere conseguenze politiche in una sinistra pugliese già lacerata dalle aspre frizioni all’interno del Partito democratico, spaccato tra quanti invocano la conferma del presidente uscente, o almeno il ricorso alle primarie, e quanti invece strizzano l’occhio a un accordo con l’Udc puntando sul moderato lettiano Francesco Boccia.
Gli investigatori hanno notificato anche due divieti e un obbligo di dimora. Negli atti dell’inchiesta spuntano i nomi di politici del centrosinistra, che non sono indagati ma secondo gli inquirenti sarebbero in qualche modo intervenuti per caldeggiare la nomina di un medico a direttore dell’unità di Allergologia dell’ospedale di Altamura, in provincia di Bari. Tra loro figura l’assessore regionale ai Trasporti, Mario Loizzo, del Pd. Nel provvedimento cautelare il gip Romanazzi mette in evidenza una telefonata del politico all’ex direttore sanitario della Asl, Giuseppe Lonardelli (anche lui finito ai domiciliari). «Il tono del Loizzo – scrive il giudice – non è quello di chi raccomanda ma di chi detta disposizioni che si devono eseguire e le detta non soltanto genericamente (“bisogna mettere mano”) ma dettagliando specificamente modi e tempi dell’attività da compiere». In quella conversazione intercettata dagli investigatori Loizzo dice, a proposito della commissione esaminatrice, che «là bisogna mettere mano di nuovo a convocare tutti!»; inoltre, nella stessa chiacchierata l’assessore precisa: «...E non facciamo perdere tempo... molto tempo!». Nel corso delle indagini sono state eseguite anche numerose perquisizioni e durante un controllo negli uffici della Asl è stata trovata, tra l’altro, una e-mail inviata da un medico alla segreteria di un parlamentare del Partito democratico, Gero Grassi, «dalla quale – scrive il gip Romanazzi – appare evidente che, per l’affidamento degli incarichi di primario ospedaliero, costituisse titolo preferenziale l’appartenenza politica dei candidati».
Nelle indagini si affaccia anche una vera e propria spy story. L’ex direttore generale Lea Cosentino – è la ricostruzione dell’accusa - si sarebbe infatti rivolta a un investigatore privato, Antonio Coscia, pure lui posto ai domiciliari, per ripulire gli uffici da eventuali microspie piazzate dagli inquirenti. Per quel lavoro, che sarebbe stato condotto con il paravento formale di un altro incarico, furono liquidati complessivamente dalla Asl 72mila euro: denaro pubblico che secondo la Procura sarebbe servito per ostacolare le indagini. E non è tutto, perché dall’inchiesta è venuto fuori che l’investigatore privato avrebbe anche pedinato e fotografato l’ex assessore alla Salute, Alberto Tedesco, adesso senatore del Pd: una vicenda che il gip definisce «inquietante».

 

5-01-2010 - Marito geloso nei guai per un cellulare
Ha temuto per mesi e mesi di essere intercettata in ogni sua comunicazione telefonica da un investigatore privato ma a controllare tutte le sue telefonate, in voce e via sms, era proprio il marito, evidentemente troppo geloso, e che adesso rischia grosso. Non ci ha pensato due volte la donna, una quarantenne di Bovalino, sulla costa ionica del reggino, una volta avuta certezza di essere controllata a rivolgersi ai carabinieri. E ai militari ha raccontato di avere ricevuto in dono, nel 2007, proprio da G.C., di 50, l'uomo che aveva sposato da dieci anni e dal quale aveva avuto un figlio che oggi ha otto anni, un telefonino ultramoderno Nokia 6330. Dai sospetti alla certezza di essere tenuta sotto controllo per l'impiegata, derubata del proprio privato, il passo è stato davvero molto breve. Tanto più dopo avere notato che il marito appariva stranamente al corrente di particolari e dettagli legati alle sue conversazioni private. Ai carabinieri non è servito molto per venire a capo della vicenda: dopo una serie di accertamenti, gli investigatori sono giunti a concludere che non c'era nessun 'grande fratello' di orwelliana memoria dietro quelle intercettazioni, ma solo la scarsa fiducia di un marito che aveva pensato bene di regalare alla sua donna quel telefonino ultramoderno, in realtà provvisto di un software in grado di consentire l'intercettazione del flusso e dei contenuti di tutte le comunicazioni in entrata e in uscita dall'apparecchio. L'uomo è stato denunciato e rischia adesso di essere incriminato per reati che prevedono una pena di circa quattro anni. Della vicenda è stata informata la Procura della Repubblica di Locri. La legge in questo ambito è molto dura e vieta ogni forma di intercettazione telefonica non solo tra privati ma anche tra coniugi. Le sole intercettazioni consentite sono quelle svolte dalla polizia giudiziaria su delega della magistratura inquirente. La donna, dopo quello che è accaduto, ha deciso per il momento di non volere avere più niente a che fare con il marito e ha dato mandato ad un avvocato di avviare le pratiche per il divorzio. Sarà difficile ricostruire un rapporto che è venuto meno proprio sul terreno della fiducia.

31-05-2009 - l'aquila: investigazioni abusive

Agenzie investigative senza scrupoli, con uomini capaci di violare leggi e regolamenti pur di acquisire tutte le informazioni utili e richieste. E' un quadro a tinte fosche quello che emerge dall'avviso di conclusioni delle indagini preliminari che è stato notificato nei giorni scorsi a 29 persone, tra detective privati, funzionari dell'agenzie delle entrate, impiegati.
L'atto d'accusa è compilato dal pm Pietro Saviotti che si accinge a chiedere il rinvio a giudizio di tutti o quasi gli indagati. I reati contestati sono molti e anche di più gli episodi illeciti.
I principali soggetti coinvolti facevano riferimento alla agenzia 'Professional Detective' che aveva sede all'Aquila.
Secondo il pubblico ministero "si associavano tra loro al fine di svolgere investigazioni illegali mediante continuativi trattamenti illeciti di dati personali, interferenze illecite aggravate nella vita privata, corruzioni di pubblica amministrazione e di incaricati di pubblico servizio, per atti contrari ai doveri di ufficio, rivelazioni e utilizzazioni di segreti d'ufficio, falsità ideologiche commesse dal provato in atto pubblico, false testimonianze e intralcio alla giustizia".
La maggior parte degli indagati erano anche citati nell'ordinanza di custodia cautelare emessa nel maggio dello scorso anno dal gip Marco Patarnello, che portò in carcere 17 persone tra amministratori e collaboratori di agenzie investigative di Roma, Torino, l'Aquila e Arezzo.

 

29-06-2010 - investigazioni illegali a roma
Chiesto il giudizio di 29 imputati, tra investigatori privati e clienti che volevano smascherare i partner. L'inchiesta è partita da una cimice collegata alla batteria di un'auto.

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